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Le borse salgono, gli investitori sorridono: giugno si è chiuso in positivo per le borse del mondo, in particolare per quelle americane (nettamente di più) ed europee (con più prudenza), segnando i dati migliori dall’inizio dell’anno.

L'indice americano S&P 500 ha registrato un rialzo di oltre il 3,5% rispetto a maggio e l’indice d’area europeo Stoxx 600 (che comprende 600 delle principali capitalizzazioni di mercato europee) ha chiuso il mese in crescita (+2%) e fatto registrare i valori più alti dell’ultimo anno.

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A cosa dobbiamo questo entusiasmo?

A far chiudere il mese con una sterzata decisa verso il segno più e un evidente sospiro di sollievo, sono state essenzialmente due novità, una in arrivo dal fronte della guerra commerciale tra USA e Cina e l’altra in arrivo dall’Europa.

Vediamole nel dettaglio:

  1. Trump e Xi Jinping, si sono stretti la mano e la guerra commerciale ha raggiunto una fase di tregua.
  2. Mario Draghi, il presidente della Banca Centrale Europea, ha dichiarato che presto si potrebbe aprire una nuova fase di Quantitative Easing.

Per spiegare con efficacia perché queste due notizie hanno dato vigore ai mercati, occorre fare un passo indietro e fare luce su cosa intendiamo di preciso per “guerra commerciale” e per “Quantitative Easing”.

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1. La guerra commerciale

É passato quasi un anno dall’avvio della guerra commerciale tra USA e Cina, una guerra le cui conseguenze sull’economia dei paesi e sulla vita quotidiana delle persone hanno mostrato di poter essere pesantissime.
In pratica funziona così: un Paese (gli USA in questo caso) impone dei dazi commerciali a un altro (la Cina). I dazi sono delle imposte commerciali che il paese esportatore deve pagare al paese importatore prima di poter vendere lì le sue merci.

Nel caso della guerra commerciale tra USA e Cina
i dazi hanno riguardato le categorie più svariate di merci (principalmente acciaio e hi-tech, ma anche merci al consumo), e sono stati molto pesanti, arrivando a toccare il 25% del valore della merce esportata.

Questa misura, che per tutta evidenza riduce gli scambi commerciali, ha due conseguenze per il paese esportatore (la Cina, ma anche gli USA, visto che Pechino ha risposto ai dazi americani in modo uguale e contrario, imponendo alle merci americane lo stesso trattamento): la prima è evidentemente economica (il paese esportatore deve sborsare consistenti cifre in imposte a un altro Paese), la seconda è commerciale (per recuperare quanto speso, il Paese esportatore deve alzare i prezzi al dettaglio, con il risultato che i suoi prodotti sono più cari e, dunque, meno concorrenziali sul mercato).

Ora, dopo mesi di incertezza e di schermaglie tra Cina e Stati Uniti, dopo le (pesantissime) ricadute commerciali dell’imposizione dei dazi, al vertice di Osaka il Presidente USA e quello cinese si sono stretti la mano e sembrano essere arrivati finalmente a una tregua. Una distensione che oltre a ridare fiato all’economia concreta, fatta di merci e di compravendite, sta avendo, per fortuna, anche riflessi positivi sui mercati finanziari.

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2. Il quantitative easing

La prima volta che Mario Draghi avviò il Quantitative Easing, nel 2015, la stampa scrisse che si trattava di un “bazooka contro la crisi”. In parte è vero, e in un certo senso, se la zona euro è uscita dalla terribile crisi cominciata nel 2008, molto del merito va proprio a Draghi e al suo “bazooka”.

Di cosa si tratta nel concreto? Di una immissione straordinaria di denaro liquido sui mercati. In pratica la Banca Centrale Europea si fa carico di acquistare tutti i titoli di stato che rimangono invenduti alle aste mensili (in passato la BCE è arrivata ad acquistarne anche 80 miliardi al mese), così da evitare che ci siano titoli che nessuno compra.

In questo modo si ottengono due risultati: il primo, stabilizzare il valore dei titoli di stato, che così trovano sempre un compratore. In questo modo si evitano speculazioni, o addirittura il default di alcuni Stati i cui titoli sono considerati poco appetibili dagli investitori (con tutto quel che ne consegue in termini di spread). Il secondo risultato è quello di offrire un paracadute alle banche commerciali, così che queste possano, di nuovo, finanziare imprese e famiglie, stimolando i consumi e facendo così arrivare all’economia reale il denaro investito.

Si tratta, come è facile intuire, di una misura molto forte ed efficace che le banche centrali attuano per sbloccare o anche evitare situazioni di crisi o stagnazione economica (come era nel 2015). Siccome in questo periodo l’economia europea, che pure è in ripresa, potrebbe soffrire per effetto dell’incertezza politica che la circonda (la questione Brexit, ma anche le spinte anti-europeiste e soprattutto la fragilità della prossima maggioranza al parlamento europeo) il QE torna di moda per evitare che l’incertezza politica si traduca in incertezza finanziaria.

I mercati, almeno per ora, possono dormire sonni tranquilli.

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