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Siete seduti tranquilli?

Chiudete gli occhi e provate a fare un piccolo esperimento mentale.

Pensate che è il vostro giorno fortunato: vi hanno appena detto che potete partecipare ad una piccola scommessa. Se si riconferma essere il vostro giorno fortunato, nel caso A, vincerete 100 euro. C'è un però: magari scoprirete che la sorte vi è avversa, perché nel caso B ne perdereste altrettanti.

Che fate, partecipate?

Provate ad immaginarvi la gioia del caso A e il dispiacere del caso B.

Io dico che, dopo averlo fatto, sceglierete di passare la mano: il dolore che vi ha trafitto pensando alla perdita è stato molto più forte del guizzo di felicità che avete avuto al pensiero del guadagno in tasca.

Non lo dico perché sono un'indovina, ma poiché qualcuno di molto più autorevole di me ha studiato i comportamenti umani quando siamo messi in determinate circostanze, e ha individuato una costante: l'avversione alle perdite, che fa sì che l'esultanza di avere un determinato guadagno è inferiore al patimento generato dalla perdita della stessa identica cifra.

Ritroviamo qui Kahneman e Tversky, gli psicologi visti negli scorsi articoli che hanno studiato i nostri comportamenti dando un grande contributo alla finanza comportamentale.

Il meccanismo di avversione alle perdite fa parte della loro più ampia teoria del prospetto, che studia come prendiamo concretamente le nostre decisioni e quanto ci influenzi il rischio che pensiamo di correre.

Insomma, a volte preferiamo giocare per evitare una perdita più che per realizzare una vittoria: anche i giocatori di golf professionisti vi sarebbero soggetti, e sì, parliamo anche di Tiger Woods!

Proviamo a pensare per un attimo a come ci comportiamo nel caso degli investimenti: magari continuiamo ad investire o non molliamo con il trading perché, nella nostra testa, è molto forte il richiamo del contenere, minimizzare o meglio ancora cancellare una perdita.

Questo fa sì che, lungi dal ritirarci per leccarci le ferite appena incassata una sconfitta, rientriamo subito nel gioco con l'obiettivo forsennato di recuperare.

Non vi ricorda un gioco ben più pericoloso, quello d'azzardo?

Eh sì, la nostra avversione alle perdite fa sì che ci comportiamo come il più incallito giocatore quando si dice "Ancora una puntata, devo recuperare, dopo smetto e vado a casa".

Vedete anche voi il non senso? Stiamo rischiando per recuperare una perdita ben più di quanto faremmo per ottenere un guadagno.

Il nostro cervello sta pensando all'unico obiettivo di chiudere la giocata a zero, senza infamia e senza lode, senza vincitori né perdenti.

Lo stesso meccanismo sta dietro al mancato accesso agli investimenti che i giornali titolano spesso con riferimento al popolo italiano: piuttosto che rischiare una perdita in Borsa, si preferisce tenere parcheggiati i propri soldi in luoghi più sicuri, con l'esito finale che i soldi vengono svalutati dall'inflazione e ci si perde delle opportunità di guadagno che sul lungo termine possono essere anche molto consistenti.

La nostra paura di perdere ci condannerebbe quindi ad uno sfavorevole immobilismo, piuttosto che ad una corsa ansiosa ed estenuante per recuperare quello che nella nostra mente è il maltolto.

A nulla servirebbero le raccomandazioni iniziali del consulente, per cui, nel momento in cui si entra in Borsa, ci si vota automaticamente a vedere qualche perdita futura: basta aspettare, ricordarsi gli obiettivi iniziali, mantenere la calma.

Peccato che non lo ascolteremmo quasi mai,  scombinando così piani fatti a mente lucida e condannandoci a vivere nella paura del prossimo "meno".

Non sarebbe più semplice iniziare tenendo già ben presente che una perdita, piccola o grande, nella nostra storia di risparmiatori e di investitori la vedremo di certo?

Questo ci permetterebbe di armarci di un bagaglio emotivo di calma e di forza, pensando a come arginare qualcosa di certo, piuttosto che ad evitare quello che comunque succederà, con il risultato, nel primo caso, di perderci anche dei bei guadagni, nel tempo: si chiama resilienza e ci tocca coltivarla.  

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